A Tutti Coloro Che Stanno Sognando

Sam Robles/The Players' Tribune

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Le nostre camere facevano schifo. Mangiavamo le stesse cose tre volte al giorno.

Le docce non avevano l’acqua calda, neanche in inverno.

Fuori, le gang locali provavano a derubarci.

Ma la parte peggiore fu quando la signora delle pulizie smise di lavorare. Non c’è un modo carino per raccontare questo, ma avete presente quando vai in bagno no? E fai la cacca? Ecco, in quel posto se buttavi la carta nel gabinetto si sarebbe potuto intasare, quindi la buttavi nel cestino. Ma quando il cestino non veniva svuotato per settimane...beh, avete capito no?!

Questa era il mio football camp a Guabiruba, in Brasile.

Vivevo a più di 100 miglia dalla mia famiglia.

Avevo 13 anni.

Tredici.

Era come l’esercito. Allenamento due volte a giorno e poi studio. Cinquanta giocatori che dormivano in letti a castello allineati uno accanto all’altro. Prima che arrivassi lì, avevo fatto dei provini con tre società di San Paolo, ma non ne passai neanche uno, quindi tornai nella mia città, Imbituba, dove questo agente italiano mi invitò al camp che dirigeva. Diceva che i giocatori che facevano bene lì, avevano una piccola possibilità di andare in Italia. Quale ragazzo non vuole andare in Europa, no?!

Quando ero al camp già da un po’, iniziarono i problemi. Un giorno la signora delle pulizie se ne andò perché non era stata pagata, quindi ci divisero in gruppi da cinque assegnando a ciascuno un giorno per le pulizie. Ma un giorno uno dei gruppi non pulì. Quindi cosa successe il giorno dopo? Che anche il secondo gruppo non pulì. Andò avanti così per settimane — e la sporcizia si accumulava. I bagni erano la cosa peggiore. Dovevi trattenere il respiro.

Forse vi sorprenderà, ma vivere in quel modo, per me era diventata la normalità. Davvero. Ho imparato che le persone possono adattarsi a qualsiasi situazione, anche le peggiori. È incredibile quello che riesci a sopportare quando senti di non avere scelta.

Quando vuoi qualcosa talmente tanto che smettere sembra impossibile.

Courtesy of Jorginho

Quando avevo cinque anni, mio padre mi chiese cosa avrei voluto fare da grande. Gli dissi: “Il calciatore”.

Lui mi disse: “Ma essere un calciatore non è solo quello che vedi in TV. Ti feriranno, ti deruberanno, ti faranno piangere. Vorrai andare a casa. Vorrai mollare. Allora, cosa vuoi fare da grande?”

Gli dissi: “Il calciatore”. 

Ero pronto a qualsiasi cosa. Ma qualche settimana dopo che la signora delle pulizie se ne era andata, mia madre venne a trovarmi al camp. Andò al bagno. Quando tornò disse: “Prendi le tue cose. Andiamo a casa”.

Gli dissi: “Mamma, non vengo”.

Lei rispose: “So che è il tuo sogno. Ma non lascio che mio figlio viva così”.

Le dissi che se mi avesse obbligato ad andare a casa e non sarei diventato un calciatore, le avrei dato la colpa per il resto della mia vita.

Lei disse: “No, aspetta… per favore non dire così...”

Poi iniziò a piangere.

Le dissi: “Sono serio”.

Lei se ne andò in lacrime.

Quello è stato uno dei momenti più difficili della mia vita. Dovete capire ciò che significava per lei. Lei non è una di quelle mamme che non sanno cosa sia il calcio, No, amici miei. Lei è quella che mi ha donato tutto il talento che ho. So che mio padre si arrabbia ogni volta che dico così, però, papà, sai che è così!! Lei proviene da una famiglia di calciatori e continua a giocare ancora oggi. Quando avevo cinque anni, giocava a calcio con me sulla spiaggia vicino casa nostra. Ci divertivamo e se io facevo un errore mi diceva: “Non mettere il piede così. Fai in questo modo”.

Courtesy of Jorginho

Facevo come diceva e, Caramba, aveva ragione!

Era molto severa. Se sbagliavo qualche passaggio semplice...me lo faceva subito notare. E io rimanevo tipo, Cavolo, ho solo cinque anni. Ahah!

Le voleva solo il meglio per me, capite? Quindi il fatto che non tornassi a casa la faceva stare male. E ho visto tanti giocatori di talento lasciare il camp. Hanno mollato.

Io sono stato due anni in quel posto.

E grazie a Dio, sono stato ripagato, perché quando avevo 15 anni ho firmato per il Verona. Mi misero in un vecchio monastero. Eravamo sei giocatori in una stanza minuscola con tre letti a castello. Non era molto, ma io ero così entusiasta.

In Italia!! Adesso tutto era possibile.

I primi tre mesi furono fantastici. Ma dopo iniziò a farsi pesante, perché non avevo idea di quando sarei potuto tornare a casa. E vivevo con i 20 Euro che mi dava il mio agente, lo stesso che mi aveva invitato al camp. Li spendevo sempre per le stesse cose. Cinque euro per telefonare alla mia famiglia in Brasile, qualcuno in più per shampoo, deodorante e dentifricio. Durante il weekend poi, spendevo il resto in un Internet caffè per parlare con gli amici e la famiglia su MSN.

Qualche volta, se volevo davvero qualcosa di diverso, andava nella piazza principale di Verona e compravo un milkshake da McDonald’s. Costava un euro. Patatine? Hamburger? Scordatevelo! Gli Happy Meal erano per i bambini ricchi. Poi mi sedevo su una scalinata all’angolo della piazza e… guardavo la gente che andava e veniva. Guardavo gli uccelli e i turisti, mentre i miei pensieri vagavano. Ecco come passavo i miei sabati pomeriggio.

Era un’esistenza solitaria, davvero. Ho passato un anno e mezzo così, vivendo per il calcio. Ma quando avevo 17 anni e avevo iniziato ad allenarmi con la prima squadra del Verona, io e il mio agente abbiamo litigato. Non mi va molto di parlarne, però è stato brutto. Stavo a pezzi.

Avevo sofferto per due anni in un lurido football camp in Brasile.

Avevo vissuto per 18 mesi in Italia con 20 euro a settimana.

E ora questo?

Ho chiamato mia madre piangendo: “Mamma ho finito. Questo è troppo per me. Mi manchi. Torno a casa”. Nella mia testa ero già tornato ad Imbituba.

Ma lei disse: “La porta sarà chiusa”

E io: “Cosa?”

Lei disse: “Tu non torni a casa. Se ti presenti, non ti aprirò”.

Dino Panato/Getty Images

Ero scioccato. Vi immaginate vostra madre che vi dice così??

Ho chiamato mio padre. Visto che erano separati, pensavo che sarei potuto andare a vivere con lui. Ma lui mi disse che anche la sua porta era chiusa.

Poi i miei genitori si riunirono e mi chiamarono. Dissero qualcosa tipo: “Jorge, ti stai allenando con i professionisti e vuoi mollare ora? Dopo tutto quello che hai sofferto? Non ha senso. Credici. Vai vanti. Il tuo sogno diventerà realtà”.

Mia sorella maggiore più tardi mi disse, che mia madre dopo aver attaccato il telefono scoppiò a piangere.

Grazie a Dio i miei genitori furono forti quando dovevano esserlo.

Fortunatamente, li ho ascoltati. Ho trovato un nuovo agente, João Santos, che è con me ancora oggi. Devo anche ringraziare Rafael, che era il portiere della squadra e oggi per me è come un fratello. Quando vivevo con 20 euro a settimana, mi portò a casa sua e mi comprò cibo e vestiti. João e Rafael hanno avuto un ruolo importantissimo nel percorso che mi ha portato alla prima squadra del Verona nel 2011. Non dimenticherò mai quello che hanno fatto per me.

Quando sono passato al Napoli nel gennaio del 2014, mi sono trasferito in una città completamente diversa. Conosciamo tutti come sono i napoletani no? Wow! Che passione! Trattano i giocatori come dei. Non potevo andare al supermercato. Non potevo andare al parco. Nessuna possibilità. Per nascondermi, dovevo mettermi un cappello per coprire gli occhi e una felpa con il cappuccio. Mio padre diceva che sembravo un fuggitivo!

Una volta un amico mi venne a trovare per il weekend. Di solito giocavamo di domenica, ma quella volta avevamo giocato di sabato quindi avevo confuso i giorni. L’ho portato in centro alle 5 di pomeriggio e c’era un traffico incredibile. Dio! Caos totale. Macchine ovunque.

Pensavo tipo, affolloato per essere lunedì eh? Forse è perché è l’ora di punta?

Per essere sicuro, chiesi a qualcuno che giorno era. 

“Domenica”.

E io, “NOOOOOOOO!!!”

Mi sono girato verso il mio amico e gli ho detto: “Allacciati le cinture, perché adesso siamo nella mani di Dio”.

Ernesto Vicinanza/Pacific Press/LightRocket/Getty Images

Abbiamo provato ad essere tattici. Io mi sono messo cappello e felpa e camminavo dietro a lui in una strada pedonale stretta. Gli ho detto: “Continua a camminare, non fermarti.” Siamo arrivati a Piazza del Plebiscito e ci siamo nascosti nel retro di un bar affollato. Aveva funzionato. Non mi aveva notato nessuno.

Dopo un po’ pensavamo di uscire nello stesso modo. Ma appena siamo usciti dal bar indovinate chi mi ha afferrato per chiedermi una foto? Il cameriere!!

Che casino! Eravamo fuori dal bar! Non voglio dire parolacce, ma cavolo! Sarebbe stato molto più semplice fare la foto all’interno. Dissi tipo: “Bro, stai scherzando. Perché non me l’hai chiesta dentro?”

Lui disse: “Se l’avessi chiesta dentro avrei perso il lavoro”.

Io ero tipo, Però puoi lasciare il bar e non lo perdi?? Non ha senso!

Però, ancora una volta, Napoli raramente ha senso, no?! Ahahahaha.

Comunque, in quel momento eravamo in pericolo perché la piazza era piena di gente. Fino a quel momento mi aveva visto solo il cameriere, ma quello era già passato. Quindi indovinate cosa è successo? Il cameriere aveva il flash attivato. Spinge il bottone. SNAP! FLASH! La mia faccia si illumina.

L’intera piazza si volta e grida: “JORGINHO!!!”

Io dico al mio amico: “Questa è una guerra”

Tutti hanno iniziato a gridare il mio nome. Tutti volevano una foto, anche quelli che non sapevano chi fossi! Dicevano tipo: “FOTO! FOTO! HEY CHI È QUESTO? Giuro che per ogni passo ho fatto tre foto. E non pensate che qualcuno chiedesse per favore o “Posso farmi una foto con te?” Napoli non è Londra! Strattonavano e spingevano. Pensavo che non saremmo mai tornati a casa. Dopo mezz’ora avevamo fatto solo metà strada.

Fortunatamente, qualcuno mi ha salvato. Questo ragazzo enorme, che faceva parte di uno dei gruppi organizzati dei tifosi del Napoli, è apparso e ha detto: “Hey, lasciatelo andare a casa!”. Mi ha trascinato fuori dalla folla.

Gli ho detto: “Grazie mille”

E lui mi fa: “Si però adesso è il mio turno no? Ci facciamo una foto??”

Gli ho detto: “Bro, mi hai salvato, se vuoi ne facciamo 10!”

Napoli...è folle. Ma ho amato la città. Ho amato i napoletani.

Dopo 4 anni e mezzo, è stato davvero difficile per me andare via.

Sam Robles/The Players' Tribune

Il mio inizio al Chelsea me l’ha fatta mancare ancora di più. Ci ricordiamo tutti cosa dicevano no?! Ero troppo lento. Ero troppo fragile. Ero il figlio di Sarri. Mi sono così arrabbiato.

Mi hanno sottovalutato. Ho avuto un inizio turbolento in ogni club in cui sono stato. Ogni club. Quando sono arrivato a Verona, non mi voleva nessuno. Mi hanno mandato in prestito in Lega Pro. Non mi voleva nessuno neanche lì. Ma ho continuato a lavorare e mi sono guadagnato il rispetto. Sono tornato al Verona e siamo stati promossi in Serie A. Ho avuto un anno difficile anche al Napoli, ma poi è arrivato Sarri ed è cambiato tutto. La roba del Chelsea? Puh! Ho usato le critiche come benzina. Pensavo, questa gente se ne pentirà.

Adesso sono seduto qui dopo aver vinto un’Europa League e una Champions League. Quindi, a tutti i critici, voglio dire una cosa sola.

Grazie. Davvero, grazie a tutti.

La vittoria dell’Europa League è stata emozionante. Stavamo celebrando la vittoria in hotel di Baku con le nostre famiglie e io ho perso le tracce di mia madre. Quando l’ho trovata, era da sola in un balcone da cui si potevano vedere sia il mare che la città. Erano le cinque del mattino, il sole stava sorgendo e abbiamo goduto di questa vista sensazionale.

Le dissi: “Mamma, stai piangendo?”

E lei rispose: “È solo gioia”

Poi ha iniziato a parlare di quanto fossi arrivato lontano, di quanto la mia famiglia fosse orgogliosa, di quanto fosse incredibile che un ragazzo di Imbituba avesse ottenuto così tante cose. Lei è sempre sentimentale. Quindi all’inizio pensavo, tipico di mamma. Ma quando ha finito stavo per crollare.

Ho detto: “Hey, non voglio iniziare a piangere anch’io. Torniamo indietro”.

Chiaramente aveva ragione. Quel che era successo era davvero incredibile.

Il giorno della finale di Champions League, non ho mangiato. Avevo troppa ansia. Ogni secondo sembrava un’ora. È stato il giorno più lungo della mia vita.

Ma quando inizia la partita, devi solo pensare a quello che devi fare.

Poi Kai segna, l’arbitro fischia la fine e tu pensi, Che sta succedendo? 

Non si può spiegare. Troppe emozioni tutte insieme. Sono scoppiato a piangere, proprio come mia madre. Era troppo … troppo.

Claudio Villa/Getty Images

E non ho mai avuto davvero il tempo di comprenderlo, perché poi sono dovuto andare agli Europei.

Giocare per l’Italia è davvero speciale per me. Scegliere l’Italia è stato facile. Il Brasile non mi ha mai dato le chance di coronare il mio sogno. L’Italia mi ha scelto per giocare con loro nonostante fossi nato in un altro paese. Questa è stata una grande opportunità per me.  Poi mio nonno era italiano e questo mi ha dato la possibilità di giocare per l’Italia. Mi sento italiano. Ho passato metà della mia vita lì. Ogni giorno amo di più questo paese.

E non dimenticherò mai che quando avevo bisogno, l’Italia mi ha aiutato.

Quindi come avrei potuto voltare le spalle quando l’Italia aveva bisogno di me?

Però voglio essere onesto: mi è dispiaciuto non esser stato convocato per le qualificazioni alla Coppa del Mondo. Poi, quando ho avuto la possibilità di giocare, a novembre 2017, e abbiamo perso nel playoff contro la Svezia è stata davvero dura. Ricordo Buffon che piangeva. Avrebbe meritato un addio migliore di quello.

Fortunatamente ci siamo rialzati. E gran parte del merito è di Mancini. Alcuni allenatori obbligano i calciatori ad adattarsi allo stile di gioco che preferiscono. Lui ha adattato il suo stile ai giocatori. Ha visto che non eravamo molto fisici ma che eravamo in grado di controllare il gioco. Che potevamo giocare. E devo dire che è finita bene.

Quando ho battuto il rigore in finale ero fiducioso. Ho il mio modo di batterli no? È una tecnica che ho iniziato a usare quando giocavo in allenamento con Henrique ai tempi del Napoli. Ma Pickford mi aveva studiato bene, complimenti a lui. Quando la palla non è entrata ho pensato, No, non è possibile … e poi ho detto cose che non si possono ripetere.

È difficile descrivere come ci si sente quando si delude una nazione intera. Ho solo pregato che Gigio mi salvasse. Per l’amor di Dio, dai.

Quando ha parato, mi sono sdraiato a terra. Non riuscivo a credere che eravamo Campioni d’Europa.

Chiaramente, visto che abbiamo vinto il mio errore non conta. Ma a essere onesti, non lo dimenticherò mai. Sbagliare un rigore è brutto. Farlo in finale - una finale come quella - credetemi: chi dice di averlo dimenticato sta mentendo.

Comunque, ero incredibilmente felice. Mia madre piangeva, ovviamente. La sensazione è stata simile a ciò che ho provato dopo aver vinto la Champions League. Hai un sogno, chiaramente, ma non pensi mai di poter arrivare così lontano. E quando ci riesci è surreale. Pensi da dove vieni e tutto quello che hai dovuto sopportare.

Il football camp.

Il monastero.

Le telefonate con i genitori.

E adesso hai conquistato l’Europa? Due volte?

Surreale. Questa è l’unica parola con cui posso descriverlo.

Claudio Villa/Getty Images

Povero papà. Dopo la finale mi ha detto: “Jorge, non mi puoi fare questo. Devo andare da un cardiologo”. Speravo che stesse scherzando.

Ovviamente sapevo che non sarei arrivato fin lì senza di lui e di mia madre. Probabilmente sarei tornato a Imbituba a guardare le partite in TV. E voglio essere sicuro che capiate l’importanza dei miei genitori e anche di gente come Rafael e João. Certo, questa è una storia che parla di un sogno inseguito fino in fondo. Ma parla anche dell’importanza di avere le persone giuste al tuo fianco. Gente che ci tiene, che vuole il meglio per te.

Puoi essere bravo quanto vuoi. Ma ve lo dico: nel calcio e nella vita. Non puoi raggiungere la vita da solo. È impossibile.

Le settimane dopo gli Europei sono state magiche. Ho passato un po’ di tempo a Verona, dove non andavo da tanto tempo e ho visitato il monastero. Sfortunatamente, erano tutti in vacanza, ma è stato davvero emozionante vedere quella che era stata la mia casa 14 anni prima. Poi sono andato nella piazza principale, sono entrato da McDonald’s e ho comprato un milkshake. Mi sono seduto sulle scale all’angolo dove avevo passato tanti pomeriggi da ragazzo e ho solamente … guardato.

Poi ho chiuso gli occhi e sono tornato indietro nel tempo. Ed era come se potessi vedere me stesso quindicenne seduto accanto a me. Nessuno lo notava. Nessuno sapeva della sua nostalgia di casa o delle conversazioni che aveva con i genitori.

Era solo un ragazzo timido e magro che sorseggiava un milkshake da un euro.

Ma sapevo quali erano tutte le difficoltà a cui aveva resistito e quelle a cui stava per resistere. Quindi mi sono avvicinato e ho sussurrato la stessa cosa che direi a ogni ragazzo che sta inseguendo un sogno.

Ho detto: “Non mollare”.

Qualsiasi cosa accada, non mollare.

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